Oggi Al cinema con la psicologa andiamo a vedere il film “Abbraccialo per me” di Vittorio Sindoni. Ho scelto di proporre un’analisi psicologica di questa pellicola poiché viene messo in scena il vissuto di una famiglia alle prese con la malattia mentale. Pregiudizio, discriminazione e paura del diverso sono solo alcune delle sfide che il protagonista Ciccio deve affrontare nel corso della sua vita.

La domanda ricorrente nel film: che cos’è la normalità?

Il film ci obbliga a interrogarci su che cosa sia la normalità. Fin da piccolo Ciccio ha mostrato dei comportamenti diversi dai suoi coetanei: non riesce a gestire le sue emozioni, è turbolento, sa suonare benissimo la batteria, conosce il pensiero di alcuni grandi filosofi e si interroga sul loro pensiero…Di fronte a tale diversità le persone sono costrette a fare una scelta… Faccio notare e cerco di correggere ciò che non capisco o cerco di sostenere ciò che c’è di particolarmente creativo nella persona?

Farsi questa domanda è un po’ come chiedersi quale sia la differenza tra creatività e follia. In realtà analizzando molte biografie di personaggi famosi per il loro talento creativo (Virginia Woolf, Vincent van Gogh, Amedeo Modigliani, solo per citare alcuni artisti) vediamo che spesso creatività e follia vanno di pari passo. La spiccata sensibilità della persona creativa la porta, un po’ come il nostro protagonista, a manifestare dei comportamenti e una visione del mondo che probabilmente andrà oltre l’omologato. Del resto definiamo creativo qualcosa di inedito totalmente differente dal conosciuto. Il rischio è che il nuovo e quindi diverso non venga compreso subito.

 

Come reagiamo al diverso?

Ma noi stessi come reagiamo al diverso? Nel film troviamo alcuni esempi delle reazioni sia dei familiari che dei vicini di casa che possono esemplificare le modalità di relazione con una persona diversa:

  • La comunità: manifesta stigma e paura verso Ciccio, ogni suo comportamento è etichettato come “malato”.
  • La madre: difende il figlio da tutto e da tutti negando il problema e proteggendolo esageratamente, questo non aiuta Ciccio a stare bene.
  • Il padre: vive una forte delusione per la differenza tra figlio immaginato e figlio reale. Per questo si rifiuta di appoggiare il figlio nella realizzazione dei suoi sogni.
  • La sorella: cerca a volte anche con fatica di comprendere il fratello e ricerca incessantemente come aiutare Ciccio, come farlo stare bene.

A noi la scelta di identificarci in chi ci assomiglia di più o di avvicinarci a chi vorremmo assomigliare.

E quando la malattia prende il sopravvento…

Ad un certo punto la malattia, che nella prima parte del film rimaneva in sottofondo, esplode e prende il sopravvento. Sarà solo l’inserimento in una casa famiglia in cui il protagonista si sente accettato e riconosciuto che aiuterà Ciccio a stare meglio.

Il finale del film mi ha fatto pensare a quanto gli sforzi della famiglia e dei curanti vengano amplificati positivamente se la persona che vive la malattia psichiatrica trova un gruppo di pari, un contesto dove sentirsi apprezzato e “normale”. Questa integrazione, a cui tutti noi siamo chiamati, può aiutare chi si sente diverso a governare le proprie paure, ad evitare che esse diventino dei mostri che prendono il controllo dell’intera esistenza.

Quello che non condivido…

Ciò che non condivido del film è l’aver rappresentato il sistema di cura in modo così negativo. Sicuramente ancora oggi la psichiatria in Italia deve migliorarsi, ma durante le mie esperienze professionali nei reparti e nei centri che si occupano di salute mentale ho incontrato professionisti (psichiatri, psicologi, infermieri, educatori e assistenti sociali) molto attenti a prendersi cura delle persone e delle famiglie, a conoscere le loro storie e dare un aiuto integrato (farmacologico, psicologico, educativo, assistenziale e sociale) alle persone in difficoltà.