Al cinema con la psicologa oggi andiamo a vedere il film “Wonder” di Stephen Chbosky, tratto dall’omonimo bestseller di R. J. Palacio. Malformazione fisica, paura del diverso, emarginazione, gentilezza e amicizia si coniugano in una pellicola dal lieto fine che affronta un tema oggi molto sentito: il bullismo nell’ambiente scolastico.

Arriva un’età in cui i genitori, nonostante le loro paure, devono iscrivere il proprio figlio, August Pullman detto Auggie, in prima media. Se fino ad allora, a causa di una malformazione cranio-facciale, dell’istruzione del piccolo se n’era occupata la madre, ora non si può più aspettare. Mi colpisce molto come i genitori portino avanti la loro decisione nonostante la rabbia e il disappunto di Auggie. Sanno che quello è il momento migliore per iniziare a frequentare la scuola e non si lasciano condizionare dalle sue rimostranze o dalle difficoltà. A mio avviso questa è una bella dimostrazione di cosa significa essere genitori: cercare di far crescere i propri figli mettendoli di fronte a delle scelte prese pensando al loro bene e credere che possano sopportarle.

In effetti, l’iniziare a frequentare la scuola mette Auggie nella condizione di affrontare le sue paure, in particolare la relazione con gli altri coetanei. Dall’iniziale casco da astronauta difensivo, si vede come piano piano il protagonista riesce ad affrontare le sue difficoltà relazionali.

Inoltre, come in ogni scuola, trova compagni pronti a dargli una possibilità e altri invece pronti a prenderlo di mira. Grazie anche alla sua intelligenza e passione per lo spazio Auggie riuscirà a farsi scoprire sempre di più (a togliere metaforicamente la maschera), tanto da diventare un amico sincero per molti ragazzi della scuola. Una scuola retta da un preside integerrimo che di fronte a problematiche di bullismo che hanno come vittima Auggie non cerca di proteggere il bullo nonostante l’intervento degli influenti genitori.

wonder

Oltre ai genitori, Auggie può contare sull’affetto della sorella maggiore Olivia, descritta nel film anche nelle sue difficoltà personali di sorella maggiore di un bambino affetto da malformazioni. Mi ha colpito molto come venga egregiamente descritta la difficoltà dei genitori, assorbiti completamente dall’assistenza di Auggie, di  tenere uno spazio mentale anche per Via. Il forte affetto della sorella per Auggie, la porterà a non essere mai invidiosa delle attenzioni dedicate a lui e a comprendere i genitori nelle loro difficoltà. Sarà proprio verso la fine del film che anche i genitori, ed in particolare la madre, si renderanno conto di quanto anche la loro figlia sia speciale.

Il film ci porta a scoprire le dinamiche relazionali e psicologiche che innesca la disabilità fisica e fa trasparire il messaggio che l’interazione, l’accettazione e l’amicizia con la persona diversa non solo aiuta a stare meglio che vive la diversità, ma fa crescere tutti coloro che sono pronti a mettersi in gioco nella sfida di superare i pregiudizi e le paure. “Se non ti piace quello che vedi, cambia il tuo modo di guardare”.

Viene dato poco spazio, invece, alla narrazione della figura del bullo, cosa succede nella sua storia? Cosa lo porta a non riuscire a oltrepassare la linea della paura?

Mi viene da pensare che il film voglia lanciare una grande provocazione descrivendo una utopistica bella storia che però stride molto con ciò che succede nella realtà: come se, qualsiasi ruolo noi interpretiamo nella vita, ci voglia far vedere cosa potremmo fare di meglio o di più.